di Pier Aldo Rovatti

A margine dell’evento che si è appena svolto alla Stazione Marittima di Trieste (nell’ambito del ciclo nazionale intitolato “Alfabeto del futuro”, organizzato da questo giornale assieme a La Stampa di Torino), bisogna intanto riconoscere che la scelta di Trieste come città della salute è una scelta felice per tanti motivi. Se ne è parlato diffusamente ieri, senza nascondersi difficoltà e ostacoli da superare affinché il prossimo futuro valorizzi quelle buone pratiche che sono già sotto gli occhi dei cittadini.

Ne esce anche la domanda di fondo, quella che riguarda la consapevolezza collettiva, sia dei tecnici della sanità quanto di coloro ai quali il servizio è rivolto, proprio riguardo a che cosa dobbiamo intendere per salute. Non c’è dubbio che a Trieste il livello della “cultura della salute” è ormai da tempo molto apprezzabile, e qui, però, andrebbe rivolto lo sguardo verso uno specifico passato che non dovremmo dimenticare o minimizzare.

Mi riferisco al notevole incremento che è stato dato, a partire dagli anni settanta del secolo scorso, a un’idea di salute mentale che è poi diventata un modello internazionale. Se vogliamo allargare le frontiere del futuro della medicina pubblica in senso lato, non possiamo non guardare contemporaneamente indietro – come l’“Angelo” immaginato da Walter Benjamin – perché è da lì che ci arriva un sapere concreto, un’indicazione importante per rispondere all’interrogativo “che cosa è la salute?” che potrebbe restare vago e sospeso.

Bravi specialisti e tecnologie avanzate sono essenziali ma non bastano. Una rete di medici di base e una capillare organizzazione della sanità sul territorio sono a loro volta decisive, ma la cultura della salute ha la pretesa di spingersi fino a toccare ciascuno di noi nella personale esperienza che abbiamo. Di cosa? Certo della nostra vita quotidiana e del significato che può avere l’affermazione “star bene”. Ma anche di cosa vuol dire per ognuno di noi l’essere malato e magari stigmatizzato dalla malattia.

 

Il cardiologo Gianfranco Sinagra, una delle eccellenze triestine ci ha messo in guardia dall’“illusione di gestire la malattia perdendo di vista il malato”. Ascoltando queste parole mi sono tornate alla mente quelle scritte da Franca Ongaro Basaglia nel lontano 1982, nell’introduzione al suo libro Salute/malattia, quando diceva: “La malattia come fuga, come deresponsabilizzazione, come resa incondizionata, ma anche la malattia come identità, come rapporto, come affermazione di sé in un mondo in cui non c’è spazio né per l’identità, né per il rapporto”.

Non so se Sinagra avesse in mente considerazioni simili quando ha parlato di una “gestione” della malattia che può dimenticare il malato. La compagna di Franco Basaglia parlava di qualcosa che ormai è stato sommerso dall’avvento di tecnologie, in ogni ambito medico, allora impensabili. Esprimeva un’“ideologia” legata a quegli anni e che ora non ci appartiene più? Dobbiamo cancellarne il ricordo nel prossimo futuro?

In realtà, nelle parole che ho appena citato (leggibili nella nuova edizione del libro pubblicata da alpha beta Verlag di Merano, collana “180”), c’è di più rispetto a uno spostamento dell’attenzione dalla malattia al malato. Troviamo infatti un’esigenza, andata in seguito quasi perduta, dare senso e importanza a una “cultura della malattia” da affiancare strettamente alla cultura della salute. Come possiamo non condividere questa esigenza? Se la accettiamo, allora salute e malattia identificherebbero un unico vissuto, che fa sì che l’una e l’altra, in quanto appartenenti a un’unica esperienza, non possano venire disgiunte in una autentica cultura della salute.

Se, però, ci guardiamo un po’ attorno, la realtà che oggi viviamo e a cui presumibilmente sempre più andiamo incontro è ben diversa: prevalgono un affidamento al medico e alla medicina, un quasi necessario mettersi nelle mani di chi potrà tirarci fuori dalla malattia e possibilmente restituirci la salute, e al tempo stesso un tentativo di separarci dalla malattia attraverso questa delega. Un doppio disimpegno, del tutto comprensibile e anche giustificabile. Ma con tale gesto siamo lontani dal tentativo di connettere in qualche modo lo star male con la soggettività o con l’identità che costituisce la nostra vita.

È allora difficile pensare che ci possa essere una cultura della salute senza una cultura della malattia. Se quest’ultima è completamente assente, la prima risulta velleitaria e perfino illusoria. Scopriamo così che, se ci chiediamo “cos’è la salute?”, non avremo una vera risposta solo basandoci su un discorso di efficienza tecnica che pure è decisivo.

[Pubblicato su “Il Piccolo”, il 24 gennaio 2020]