Fede e Scuola di filosofia
di Alessandro Di Grazia

Mi sento di intervenire a pochi giorni di distanza dalla presentazione della Scuola di filosofia per mettere in evidenza alcune questioni che mi pare attraversino trasversalmente tanto la Scuola quanto la redazione di “aut aut”.

Mi riferisco in particolare all’intervento di Mario Colucci [visibile qui] che esplicita, ma anche risponde in modo netto, e politico, sulla possibilità di fare a meno dell’altro.

La risposta a questa domanda retorica è senza dubbio un no.

A sostegno di questa posizione che, evidentemente, attraversa molte discipline, Mario ha evocato la vicenda di due suoi colleghi, presi a esempio paradigmatico di un atteggiamento solipsistico di fronte alla realtà (pandemica nella fattispecie). Ma l’esempio stesso ci obbliga a fare una minima riflessione: rappresentano che cosa e quali fasce di persone? C’è una fetta della società che è rappresentata da quei due? È una fetta importante, decisiva per affrontare la questione dell’Altro, cioè per le valutazioni sulla pandemia? Sicuramente non saranno i soli a manifestare un deragliamento della razionalità e a posizionarsi in un luogo non tenibile del discorso sulla pandemia. Ma è anche sicuro, per l’evidente esiguità di estremismi del genere, che la società è più che ampiamente rappresentata da ben altro. Solo un dato: mentre Mario parlava, le persone vaccinate con almeno due dosi sono quasi l’86% della popolazione. In quel residuo 14% poi dovremmo fare delle necessarie e proficue distinzioni. È un 14% fortemente disomogeneo, una galassia di posizionamenti, che andrebbero distinti accuratamente; ma dobbiamo anche considerare che lo stesso 86% non è una maggioranza compatta. Le cose si complicano se invochiamo il vuoto in cui ascoltiamo solo l’eco della nostra voce, poiché dovremmo attribuire la protervia di questo arroccamento vizioso anche a chi si è vaccinato, nella misura in cui esprime forti critiche nei confronti della politica comunicativa che si è sviluppata intorno alla pandemia. C’è sicuramente una zona di continuità, la cui ampiezza è difficile da valutare, che tiene insieme parte dell’86% con parte del restante 14. Primo punto quindi: i due colleghi, o conoscenti, di Mario non rappresentano nessuno caso significativo allo stesso modo in cui il caso di uno che mangia banane con le aringhe non rappresenta certo una tendenza culinaria alla moda.

Qui arriva il secondo punto. Questo discorso cade all’interno della presentazione della Scuola, creando un cortocircuito tra queste valutazioni – Mario permettimi di dirlo in amicizia – molto approssimative, e il compito che la Scuola pensa di assumersi: costituire un esempio di atteggiamento critico nei confronti del mondo, della politica, della società o di qualsiasi altro ambito, anche quello medico, tra gli altri. E il primo compito di questo atteggiamento è distinguere, cogliere gli elementi di frattura ecc. Non sarò certo io a fare questo discorso con gli amici della Scuola. Ecco, il discorso alla presentazione è stato un esempio, a mio modo di vedere, che contrasta con quel mandato. Ma, insomma, non tutte le ciambelle vengono col buco, si dirà, e forse questa considerazione anche ci sta. Però urge lo stesso la necessità di rilevare che quella presentazione si colloca su una linea di continuità con una certa intransigenza che sta circolando e che non fa bene alla bandiera di un pluralismo del pensiero che spesso invochiamo. Non credo che, in questo senso, la scuola sia stata presentata per quello che è stato fino a ora e che, spero, continuerà a essere anche in futuro. Usando il non-esempio di quei due, abbiamo generato un’immagine secondo cui la società è spaccata in due: il partito della ragione e il partito dell’irragione e noi, ovviamente, in quanto parlanti, non possiamo che ritrovarci tra i primi. Un classico gesto immunitario che sente solo le proprie ragioni e che rischia di radicalizzare il senso di una questione che è ben più complessa.

Lasciamo ai giornalisti e ai politici il gravoso compito delle semplificazioni e ritagliamoci, una volta di più e nella difficoltà dell’attuale contingenza, il lieve compito della critica.

Terzo e ultimo punto la questione della fede/fiducia. Sono veramente stupito, lo dico con totale sincerità, che venga invocata una tale insidiosa parolina. Per quanto ne so, è un discorso che anche Recalcati ha fatto in riferimento alle istituzioni.

A volte mi piace semplificare un po’: il punto più alto dell’invocazione alla fede di Mario è stata la domanda: perché le istituzioni sanitarie, chiedendoci di vaccinarci, dovrebbero fregarci? È pressapoco lo stesso discorso di Recalcati. Ma è la domanda che è mal posta e di nuovo priva delle necessarie distinzioni. Distinzioni che imporrebbero un plus di cautela. Solo un esempio recentissimo: scoperta in Sudafrica la variante Omicron, il G7 della sanità, cioè i ministri della salute pubblica dei relativi paesi, compreso Speranza per l’Italia, il 1° dicembre 2021 si sono premurati di affermare che la variante in questione è molto contagiosa e molto pericolosa. Il giorno seguente, a meno di 24 ore di distanza è arrivata la netta smentita da parte dell’OMS: forse la variante è più contagiosa, ma sicuramente meno pericolosa delle altre. Non credo che in 24 ore si siano avute delle informazioni rivoluzionarie riguardo alla variante Omicron, eppure i ministri dei 7 paesi più industrializzati hanno potuto rilasciare un’affermazione del tutto parziale e falsa. Io non so se e cosa voglia dire avere fiducia, ma di fronte a questo tipo di dinamiche, che hanno caratterizzato gran parte del dibattito pubblico, tendo a stare piuttosto attento.

Anche Nicola Gaiarin ha utilizzato l’argomento fiduciario nel suo articolo apparso su “Charta Sporca”, ma mi sembra con tonalità un po’ diverse. Nel suo caso si tratterebbe di una fiducia debole, tesa a garantire un atteggiamento fiducioso, appunto, rispetto alle scelte che si fanno a partire dai dati che abbiamo a disposizione. Aggiungo io: è proprio sui dati a disposizione che occorre fare un lavoro incessante, poiché è facile correre il rischio di sovrapporre i dati a disposizione con i dati forniti dagli apparati che padroneggiano in larga misura l’informazione. C’è una cultura mainstream, ma c’è anche una controcultura, una controinformazione seria e che è d’obbligo distinguere dalla spazzatura e dal complottismo. Si può essere in accordo o in disaccordo con una controinformazione seria, ma va da sé che debba essere presa in considerazione. La spazzatura è trasversale ed è difficile, ma non impossibile, fare delle distinzioni. Solo un esempio: quando in Parlamento Draghi afferma che chi non si vaccina è morte (parole testuali). Un’affermazione del genere è rovistare nei cassonetti dell’intelligenza con il solo esito, voluto o non voluto non importa, di spaccare la società in due, come di fatto sta avvenendo, e a radicalizzare ogni argomento. Credo sia un compito critico della massima importanza non cadere nella trappola in cui l’altro viene demonizzato.

La fiducia non può che essere un atteggiamento soggettivo, utile e legittimo, per non cadere preda dell’angoscia dell’incertezza. Questo è il lato buono di questa emergenza: allenarsi all’incertezza senza perdere del tutto l’equilibrio, ma solo un po’. La fiducia, o fede, nelle istituzioni è ben altra cosa: qui occorre, credo, essere freddi e calcolatori, poiché le istituzioni sono, per lo più, fredde e calcolatrici.

In chiusura, credo che la nostra grande difficoltà sia mantenere dritta la barra di un pensiero critico in una condizione in cui le biotecniche determinano le biopolitiche. Abbiamo ora a che fare con un paradigma biopolitico dispiegato nella sua potenza, motivo per cui le cose si annebbiano e si fanno più difficili da distinguere. Per questo ci vorrebbe un surplus di pensiero teorico che non potrebbe non tenere conto di ciò che è lasciato fuori dal cono di luce dell’informazione.

Mi riferisco alla medicina territoriale precoce che dispone di ampi e più che confortanti dati su un modo di affrontare l’infezione da Covid-19 che non sia solo quello del vaccino. Eppure il ministro Speranza ha ripetutamente negato un tavolo ufficiale di discussione per stabilire assieme al governo un eventuale protocollo condiviso da comunicare ai medici di base. Forse è proprio per Speranza, l’Istituzione, che l’Altro non esiste. E infine occorre una domanda, chiaramente retorica: non è forse una certa concezione del potere medico che è qui in causa? Non è stato forse Basaglia a promuovere una sanità territoriale, diffusa e non centralizzata? Io metterei in comunicazione questi fatti: nella crisi biopolitica generata dall’infezione, i modelli centralistici si sono rafforzati illimitatamente e questo sì che è un tema da affrontare criticamente. Un modello che investe non solo la politica, ma anche l’informazione. Non è un caso, credo, che la reazione e restaurazione che investe il modello di psichiatria basagliano, cada proprio in questo periodo. I segnali c’erano già prima, ma solo ora è possibile attuare delle pratiche repressive.

Credo sia fondamentale tenere assieme questi fatti, altrimenti vediamo l’albero e non la foresta, come si dice. È la sfera della valutazione politica degli avvenimenti che ha fatto dire a Pasolini: “Io so”. Se oggi fosse qui cosa direbbe? Forse delle parole che non ci piacerebbero poi molto.

21 dicembre 2021

Risposta di Mario Colucci

Caro Alessandro,

ho letto con interesse la lettera intitolata “Fede e Scuola di Filosofia” che ci hai inviato e ti ringrazio perché ci permette di dibattere intorno a un argomento di stringente attualità a pochi giorni dall’inizio del nuovo anno di corsi.

All’inizio del tuo intervento sostieni che nella mia presentazione la risposta alla “domanda retorica” sulla possibilità di fare a meno dell’Altro sia stata “senza dubbio un no”. In realtà, la mia risposta è stata più aperta e articolata: mentre coloro che si appellano alla libertà, rifiutando il vaccino o il green pass e invocando la resistenza alla “dittatura sanitaria”, sono convinti che si possa fare a meno dell’Altro, concepito come un tutto pieno, statico, che impedisce l’autonomia e la piena determinazione di sé, al contrario, io ho dichiarato che non si può non osservare quanto la fantasia di un sistema onnipotente che controlla le esistenze assomigli a un gigantesco alibi, che viene chiamato in causa a ogni fallimento per sottrarsi a qualsiasi responsabilità soggettiva. In questo caso, bisognerebbe fare a meno dell’Altro, ossia accettarne lucidamente la sua inconsistenza. Il senso è diverso: non più cieca rivendicazione di indipendenza, ma compito critico da assumere nella cura del legame sociale con la comunità di appartenenza.

Quindi, la mia risposta è, allo stesso tempo, no e sì. Per questo ne ho sottolineato il paradosso: dell’Altro non si può fare a meno quando è inteso nella dimensione di una solidarietà sociale da assicurare e, contemporaneamente, dell’Altro bisogna farne a meno quando invece è inteso come un grande Altro invocato per coprire un vuoto, un’inconsistenza, una mancanza di garanzia che non si riesce a tollerare. Esattamente quello che fanno molti no vax e no pass quando dichiarano orgogliosi la sfida a questo grande Altro, trattato come un avversario globale che ci prevarica e gode al nostro posto e lo rigettano in quanto si ritengono più lucidi e disincantati, senza considerare che in questo modo ne perpetuano l’esistenza fittizia. Nel tentativo di semplificare un mondo dannatamente complesso, ricorrono alla spiegazione unica e perfetta di ciò che della realtà è invece destinato a restare controverso e in gran parte ignoto. Non accettano il reale bruciante della vita, e nel modo peggiore, ossia continuando a recriminare, a dare sfogo a un risentimento rabbioso e a spacciarsi per vittime innocenti del sistema in perenne attesa di risarcimento.

Per quanto riguarda l’esempio dei due operatori sanitari che non costituirebbero nessun caso significativo, “allo stesso modo di uno che mangia le banane con le aringhe”, ci andrei cauto. Certamente il 14% della popolazione non vaccinata (attualmente sceso al 10,5%) non è tutto rappresentato da questi due operatori, ma ti assicuro, caro Alessandro, che la loro posizione è molto utile per parlare in maniera più vasta di un atteggiamento diffuso nel mondo sanitario, attore fondamentale nel bene e nel male di questi due anni di pandemia. Non so quale sia la tua esperienza, la mia è quella di un “tecnico del sapere pratico” che rifugge dalle narrazioni mediatiche pro o contro i vaccini e preferisce l’informazione scientifica, oltre che il confronto quotidiano con la realtà del contagio (anche nell’area Covid del Pronto Soccorso) e nelle reazioni di chi non l’accetta e nega la necessità di adottare misure di prevenzione.

Alcuni rifiutano la vaccinazione per paura: è comprensibile, ma non del tutto quando si tratta di operatori sanitari. Anch’io non ero esente da timori quando ho fatto la prima dose il 4 gennaio 2021, a pochi giorni dall’inizio delle prime somministrazioni e ancora con poche evidenze sugli effetti collaterali. Non avevo bisogno di vaccinarmi subito, essendo guarito da due mesi, ma sottrarsi avrebbe pregiudicato agli occhi della mia équipe la credibilità della campagna vaccinale che partiva per tutti gli operatori sanitari. Andava fatta una scelta rapida: insieme con il coordinatore infermieristico del mio servizio, siamo andati a vaccinarci anche per poter funzionare da esempio. L’esito è stato positivo perché siamo riusciti a convincere una buona parte degli indecisi. Abbiamo creduto che fosse necessario un atto di responsabilità, ancora più importante per chi lavora nel nostro campo. Comprendi bene come risulti ancora più insopportabile la scelta contraria dei due operatori prima citati.

Qui veniamo al tema della libertà: quale libertà hanno esercitato quegli operatori? Quella dell’intangibilità del loro corpo? Quella di non sottomettersi alla “dittatura sanitaria”? Quella di non lasciarsi piegare dalle imposizioni dell’istituzione? La realtà è molto più prosaica: la gran parte degli operatori sanitari che hanno fatto questa scelta hanno agito non perché condizionati dalla paura, ma sulla base di precisi interessi personali: la riprova è che pochissimi si sono autosospesi, molti si sono messi in malattia il giorno prima della sospensione o hanno portato avanti infortuni di lieve entità come se fossero di enorme gravità. Il tutto per stare a casa senza perdere lo stipendio. Le conseguenze sono state gravi perché abbiamo dovuto ridurre a 12 ore l’apertura di due CSM con ripercussioni notevoli sull’operatività dei servizi e sullo stato d’animo di coloro che sono rimasti al lavoro e che hanno dovuto sobbarcarsi un aumento notevole del carico. Queste conseguenze sembrano non aver toccato i riluttanti. Se penso a quanti di loro si vaccinano per malattie esotiche per poter fare un viaggio in paesi tropicali, non posso che vederci cinismo e mancanza totale di solidarietà.

Usciamo dal mondo sanitario, per quanto sia centrale in questa vicenda, e veniamo al tuo secondo punto, quello intorno all’atteggiamento critico da assumere, come tu scrivi, “nei confronti del mondo, della politica, della società o di qualsiasi altro ambito, anche quello medico, tra gli altri”. Qui, caro Alessandro, il mio dissenso rispetto alla tua posizione è profondo, e credo che bisognerà intenderci perché ne va della ragione d’essere della Scuola di Filosofia e di “aut aut”. Secondo te la mia posizione sarebbe “in linea di continuità con una certa intransigenza che sta circolando e che non fa bene alla bandiera di un pluralismo del pensiero che spesso invochiamo”. In altri termini, sarei bloccato nella posizione rigida di chi ha perso lo spirito critico. Ma ti domando: come si esercita secondo te uno spirito critico? Invocando un generico pluralismo come antidoto all’intransigenza? Accettando tutte le posizioni che non sono le nostre e che andrebbero comunque rispettate, facendo attenzione a non attaccarci sopra l’etichetta di irrazionalità?

Personalmente ho sempre creduto che l’atteggiamento critico lo si eserciti prendendo posizione, a costo di dividere il campo sociale – peraltro già abbastanza frammentato per suo conto – e, soprattutto, rifuggendo da argomentazioni generiche per entrare nello specifico delle questioni. Mi domando come fai a sostenere che “sui dati a disposizione occorre fare un lavoro incessante” e che c’è “una controcultura, una controinformazione seria e che è d’obbligo distinguere dalla spazzatura e dal complottismo”. Ti prego, Alessandro, di non restare nella genericità e di fornire dati verificati e validati – se davvero ci sono da parte di questa controcultura – che siano in grado di rovesciare o di mettere in discussione la valanga di dati a conferma che si sono accumulati in questi due anni. Altrimenti si dà fiato solo a brontolii soggettivi. Ti assicuro che in questi mesi non ho trovato un argomento – uno solo – che rendesse plausibile la scelta di rifiutare il vaccino o di contrastare campagne di prevenzione (non voglio qui parlare della bizzarria di coloro che non sono neanche disponibili a fare i tamponi o a indossare la mascherina perché andremmo troppo oltre). Al netto delle situazioni di giusta cautela, comunque da approfondire o documentare, che prevedono esenzioni per allergia o per reazioni idiosincratiche, la scelta del rifiuto non è solo difficilmente comprensibile, ma onestamente ingiustificabile all’interno di una comunità che esige responsabilità collettive in presenza di una pandemia dagli effetti catastrofici a livello umano e sociale. Bisogna ricordarsi, infatti, che non si può più parlare di scelta soggettiva nel caso del rifiuto a vaccinarsi, ma di una scelta che ha profonde ricadute sociali dal momento che chi non si vaccina occupa statisticamente molto di più le strutture sanitarie e le sottrae al resto della popolazione che ne necessita per altre patologie.

Rifiutare questa evidenza ostinandosi a trovare una posizione opposta e contraria ha qualcosa che deve interrogarci. L’atteggiamento critico va esercitato non tanto sulla fiducia – che non è fede incondizionata, come tu mi attribuisci, né tantomeno ingenuità riguardo alla “bontà” dei politici, ma valutazione concreta a partire da dati di realtà – quanto appunto sulla sfiducia. È la sfiducia che deve farci questione. Certo, sono d’accordo che la comunicazione in questi mesi è stata caotica, che gli interventi mediatici di tanti sapientoni sono stati insopportabili, che l’andirivieni delle notizie è stato spiazzante e confusivo, che gli interessi economici in gioco per Big Pharma sono enormi. Ma alla fine di questa fiera – che non è ancora finita – è necessario domandarsi se la posizione di chi ha sfiducia è davvero una posizione neutra e sostenibile su un piano etico: lo sguardo di sufficienza, il sorriso di scherno, l’alzata di spalle, l’accusa a coloro che si sono vaccinati di essere ignoranti, conformisti oppure ingenui, illusi, privi di spirito critico significa affermare nascostamente o apertamente che l’unico atteggiamento libero è il disincanto. La dabbenaggine di chi si fida è sintomo di un asservimento mentale al potere. La vera libertà è quella di far cadere questo velo di illusioni, di arrivare finalmente a vedere con chiarezza le cose per quelle che sono, di non credere più alle rappresentazioni mendaci fornite dalle autorità e dai mezzi d’informazione. Chi rivendica la libertà si presenta come qualcuno che ne sa molto più di chi si fida. Già questa presunzione di sapere, senza alcun dato di evidenza a supporto, dovrebbe permetterci di affermare che non si tratta di una posizione neutra e sostenibile.

Altresì, mi sembra che coloro – ciascuno con spinte e motivazioni differenti – che hanno fatto la scelta di non chiudere gli occhi di fronte al disastro che avanzava, di non opporre argomenti pretestuosi, di fidarsi per quanto possibile degli sforzi – talvolta goffi e contraddittori – che la comunità scientifica stava facendo per trovare una soluzione, coloro che hanno fatto questa scelta e che non vanno certo santificati (ma bisogna pur ricordare che si tratta della grande maggioranza della popolazione) hanno mostrato più spirito critico, più capacità di discriminare le informazioni, più senso di responsabilità rispetto alla minoranza che ha fatto la scelta opposta e che paradossalmente si è mostrata conformista su una posizione di rifiuto sulla base di una generica libertà individuale. Purtroppo, quest’ultima è una posizione sempre più difficile da sostenere, ma da cui, mi rendo conto, è anche arduo fare marcia indietro senza perdere la faccia.

Ti consiglio, Alessandro, di leggere l’intervento di Donatella Di Cesare sull’“Espresso” del 19/12/2021 intitolato “Caro Agamben, ti scrivo”, in cui esprime la sua delusione per un riferimento culturale importante per la sua formazione che cade nel modo peggiore. Dall’affermazione che il Covid fosse solo un’influenza, nel suo primo post del 26/02/2020, le minimizzazioni di Agamben sono state inquietanti alla pari di quelle dei regimi sovranisti, da Trump a Bolsonaro, di fronte della catastrofe ingovernabile che avanzava. Scrive Di Cesare: «Per Agamben era tempo di riconoscere a chiare lettere: “Ho commesso un errore interpretativo, perché la pandemia non è un’invenzione”. Ma Agamben non ha mai rettificato». Di Cesare continua dicendo che, per quanto possa essere motivata la preoccupazione di Agamben per una deriva securitaria, egli ha continuato a confondere lo stato d’emergenza con lo stato d’eccezione, ossia una pandemia che è un evento inatteso da affrontare con misure necessarie con uno stato d’eccezione dettato da un’autorità sovrana. Le conclusioni di Di Cesare sono chiare: «Con tanto più rammarico dico che le cupe insinuazioni di Agamben, le sue dichiarazioni “sulla costruzione di uno scenario fittizio” e sulla “organizzazione integrale del corpo dei cittadini”, che rinviano a un nuovo paradigma di biosicurezza e a una sorta di terrore sanitario, lo inscrivono purtroppo nel panorama attuale del complottismo. Come è noto, Agamben si è ritrovato a destra, anzi all’ultradestra, con un seguito di no vax e no pass. Di tanto in tanto si è perfino scagliato contro chi a sinistra difendeva il piano di vaccinazione. Non mi risulta, invece, che in questi due anni abbia speso una parola per le rivolte nelle carceri, per gli anziani decimati nelle RSA, per i senzatetto abbandonati nelle città, per quelli rimasti d’un tratto senza lavoro, per i rider, i braccianti e gli invisibili. Mi sarei aspettata dal filosofo che ci ha fatto riflettere sulla “nuda vita” un appello per i migranti che alle frontiere europee vengono brutalizzati, respinti, lasciati morire. Anzi, un’iniziativa che, con la sua autorevolezza, avrebbe avuto un certo peso. Nulla di ciò». (Di Donatella Di Cesare ti consiglio il suo recente libro intitolato Il complotto al potere, Einaudi, Torino 2021).

Sottoscrivo pienamente queste parole e per questo ritengo che lo spirito critico confacente alla nostra Scuola dovrebbe essere quello di mettere in discussione l’atteggiamento di sfiducia fatto passare per posizione critica e per ragionamento filosofico sulla base di argomentazioni inerenti la biopolitica. Credo che la biopolitica, almeno quella che ho avuto modo di approfondire in questi anni, non vada usata in modo improprio come sta facendo Agamben e diversi altri con lui: per questo, ho proposto a Pier Aldo di prevedere uno spazio su un prossimo “aut aut” sul cattivo uso che viene fatto di Foucault, il cui nome mi sembra continui a essere citato a sproposito. Lasciamo perdere quello di Basaglia visto il tentativo infame di alcuni no vax e no pass di farsi fotografare a San Giovanni sotto la scritta “La libertà è terapeutica”.

In conclusione, dissento da chi crede di avere buone ragioni ma non si dissocia da questa marea di fango che monta, ritrovandosi nel medesimo campo occupato dagli estremisti di destra di Forza Nuova o da coloro che si abbigliano come gli internati di Auschwitz o sventolano le immagini della Madonna di Medugorje o propalano discorsi sulla teoria della Grande Sostituzione. Bisogna responsabilmente prenderne le distanze anche se ci sembra che qualche argomento possa risuonare come valido (mi domando quale). Le persone che scendono in piazza possono anche essere migliaia, ma questo non elimina la sensazione che si tratti di una massa senza unità, di proteste individuali e slegate, tenute insieme più che da un obiettivo comune dal semplice fatto di essere tutti contro. Come si può parlare di coscienza collettiva quando non c’è solidarietà per la catastrofe circostante? Come si possono accreditare queste proteste come lotte politiche, quando gli individui che le animano rifiutano un dialogo civile, un ascolto reciproco, una ricerca di condivisione, e restano chiusi nelle proprie ragioni? (A questo proposito ti invito a leggere il dialogo lucido e pieno di dati scientifici, contenuto nel libro di Tito Boeri e Antonio Spilimbergo, intitolato Sì vax. Dialogo tra un pragmatico e un non so, Einaudi, Torino 2021.) Come ci si può lamentare di una presunta mancanza di libertà dimenticando che ben altre drammatiche emergenze nel mondo – dittature, migrazioni, fili spinati, incarcerazioni senza processo – potrebbero insegnarci davvero di che cosa si tratta? (cfr. Michele Serra nell’amaca intitolata La libertà come fisima “Repubblica”, 14 novembre 2021).

Questo non è spirito critico, è sguardo indifferente, affermazione di sé che si tramuta in distanza sociale, narcisismo che si combina con una dose letale di cinismo (continua a piacermi l’espressione di Colette Soler: narcinismo. Cfr. L’identité de fin, “Champ Lacanien”, 6, 2008, pp. 77-86). Non è libertà disincantata, ma l’incanto per una condizione senza limiti e senza vincoli che non è mai esistita e che, a ben vedere, se potesse esistere, sarebbe terribile.

Spero davvero che tu, caro Alessandro, non condivida queste posizioni. La mia risposta mira solo a ribadire con chiarezza ciò che ho detto e che rivendico come legittimo per presentare la nostra Scuola e l’atteggiamento critico che dovrebbe esserne alla base.

31 dicembre 2021