Vocazione terapeutica e impegno politico

coordinato da Mario Colucci

“Prima di essere dei malati, gli internati sono degli esclusi sociali”: è questa la “scoperta” di Basaglia dopo aver varcato le soglie dell’OP di Gorizia. Mentre con la sua équipe riorganizza la vita dell’ospedale sul modello della “comunità terapeutica” sperimentata da Maxwell Jones in Scozia, Basaglia comincia a paragonare la condizione degli internati nei manicomi con quella di altri “esclusi sociali”: gli ebrei nei campi di concentramento, i popoli colonizzati, i neri discriminati e privati dei loro diritti, le prostitute nelle case chiuse. Analogie problematiche, come quella tra “manicomio” e “lager” che susciterà alcune riserve da parte di Primo Levi, ma che segnalano una cosa ben precisa: l’esigenza di abbandonare le garanzie del sapere psichiatrico, arroccato nelle sue certezze scientifiche le quali, più che offrire strumenti per la cura dei pazienti, confermano il pregiudizio nei loro confronti. Nel periodo universitario, l’esigenza di scardinare il fortino psichiatrico aveva condotto Basaglia a usare la fenomenologia come leva per far emergere un nuovo sguardo sulla follia. Durante gli anni di Gorizia, la stessa esigenza lo porterà ad abbracciare una prospettiva più articolata e rischiosa, nella quale il tradizionale nesso tra la vocazione terapeutica e la funzione politica (di “protezione sociale”) della psichiatria, sospendendosi, si ripresenta come una domanda che dalle segrete del manicomio s’irradia in tutto lo spazio sociale: in che modo le nostre società, che si vogliono liberali e democratiche, affrontano il problema della sofferenza psichica? Come offrire alle persone sofferenti delle risposte diverse dalla miseria della condizione manicomiale?

L’originale esperienza di Basaglia confluisce così nell’alveo dell’interrogazione sul nesso tra clinica e politica. Interrogazione che ha una lunga storia e che costituisce uno dei nodi più importanti sui quali continuare a riflettere e a cimentarsi. Il movimento di trasformazione guidato da Basaglia, da un lato si ricollega ai primordi del movimento francese della psicoterapia istituzionale (la quale, secondo François Tosquelles, doveva camminare su “due gambe”: quella freudiana e quella marxista); dall’altro incrocia le riflessioni di Frantz Fanon, psichiatra militante in Algeria (raccolte nel volume I dannati della terra); infine s’inserisce nella turbolenta galassia della cosiddetta “antipsichiatria” (da Laing e Cooper, alle genealogie di Michel Foucault, per finire all’Anti-Edipo di Gilles Deleuze e Félix Guattari). Un bacino culturale ampio ed eterogeneo, che nel momento in cui ci accingiamo a “ripensare Basaglia”, potrebbe essere mobilitato per fronteggiare le sfide cui siamo chiamati.

L’intreccio tra clinica e politica è un fronte più che mai sensibile, per non dire incandescente, e che ci sollecita contemporaneamente sul piano della responsabilità terapeutica e su quello dell’impegno politico (ma anche, più in generale, su quello delle poste in gioco culturali e antropologiche). Pensiamo all’“etnopsichiatria critica” di Roberto Beneduce e del gruppo raccolto attorno al Centro Frantz Fanon di Torino: in prima linea nell’assistenza ai migranti, l’interesse del loro contributo consiste nel proporre un approccio, non psicologizzante, ma storico-politico, al “trauma”, facendo riecheggiare in tutta la sua precisione e concretezza la domanda “che cos’è la psichiatria?”, da cui l’esperienza di Basaglia era partita, e inducendo così la “salute mentale” in generale a interrogarsi sempre su se stessa. Ma pensiamo anche alla crisi del legame sociale che caratterizza le nostre società e a come l’esperienza clinica (Colucci, Stoppa) si trovi sempre più spesso dinanzi a un disagio “senza soggetto”; cosa che testimonia forse l’emergere, accanto al soggetto individualizzato dalle “discipline”, di un soggetto massificato dai “biopoteri”: un soggetto che esiste solo come variabile anonima e infinitesimale all’interno di quell’insieme statistico chiamato “popolazione”. Come affrontare la sofferenza psichica, in tutte le sue forme ed espressioni, senza analizzare i dispositivi di potere-sapere che hanno prodotto l’uomo che siamo diventati, provando a intervenire su di essi?

Il Cantiere si avvale delle collaborazioni di Pierangelo Di Vittorio, Ilaria Papandrea, Francesco Stoppa, e degli interventi di numerosi ospiti italiani e stranieri.

Bibliografia:

  • M. Colucci, P. Di Vittorio, Franco Basaglia, alpha beta, Merano 2020
Mario Colucci
Mario Colucci

Psichiatra presso il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste, è docente presso la Scuola di Specializzazione in Neuropsicologia dell’Università di Trieste e presso l’Istituto per la Clinica dei Legami Sociali di Venezia. Psicoanalista, membro del Forum Lacaniano in Italia e dell’École de Psychanalyse des Forums du Champ Lacanien, è socio fondatore e docente della Scuola di Filosofia di Trieste ed è redattore della rivista “aut aut”. Con Pierangelo Di Vittorio ha pubblicato il libro Franco Basaglia, uscito anche in traduzione francese e spagnola.

Pierangelo Di Vittorio
Pierangelo Di Vittorio

Filosofo e scrittore, dopo aver lavorato come operatore nei Servizi di salute mentale di Trieste, ha continuato a svolgere attività di ricerca e formazione in questo ambito, sia in Italia sia all’estero.
Tra le sue pubblicazioni: Franco Basaglia (con Mario Colucci, alpha beta, Merano 2020), Dopo la legge 180. Testimoni ed esperienze della salute mentale in Italia (con Barbara Cavagnero, Franco Angeli, Milano 2019) e Foucault e Basaglia. L’incontro tra genealogie e movimenti di base (ombre corte, Verona 1999). Con il collettivo Action30 ha scritto e realizzato nel 2011 lo spettacolo Constellation 1961. Entre histoire et magie, centrato sull’esperienza trasformatrice di Franco Basaglia. È redattore di “aut aut”.

Ilaria Papandrea
Ilaria Papandrea

Si è laureata con Pier Aldo Rovatti, discutendo una tesi sul problema del tempo in Freud e Lacan.
Laureata in Psicologia criminale e investigativa presso l’Università di Torino (con una tesi su Franco Basaglia), si è specializzata come psicoterapeuta presso l’Istituto psicoanalitico di orientamento lacaniano (IPOL – Torino).
È referente clinico-psicoterapeuta presso Le Comunità Psichiatriche “Il Montello” (Serravalle Scrivia, AL), socia e attuale Presidente del Centro Psicoanalitico di Trattamento dei malesseri contemporanei onlus di Torino, socia e collaboratrice alla docenza di IPOL e partecipante alle attività della SLP.
È redattrice della rivista “aut aut” e membro del Comitato di edizione e diffusione della rivista “Attualità lacaniana”.

Francesco Stoppa
Francesco Stoppa

Ha lavorato a lungo al Dipartimento di salute mentale di Pordenone. È analista membro del Forum lacaniano in Italia e docente dell’istituto ICLeS per la formazione degli psicoterapeuti. Tra le sue pubblicazioni: La restituzione. Perché si è rotto il patto tra le generazioni (Feltrinelli, 2011), Istituire la vita. Come riconsegnare le istituzioni alla comunità (Vita e Pensiero, 2014), La costola perduta. Le risorse del femminile e la costruzione dell’umano (Vita e Pensiero, 2017). Ha pubblicato articoli su riviste di psicoanalisi, psichiatria e filosofia. È redattore della rivista “L’Ippogrifo”.